Da medico a paziente... per un'influenza


Condividi su

L'importanza della vaccinazione anti-influenzale negli operatori sanitari.

Quando il mio amico – e direttore sanitario dell'Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, dove presto servizio – Giorgio Mazzi, mi ha chiesto di raccontare pubblicamente la mia storia di malattia a sostegno della campagna di vaccinazione anti-influenzale, ho superato le prime perplessità che mi sono venute alla mente, la mia naturale riservatezza e un primo istinto di tutela della privacy delle mie condizioni di salute. Mi sono rapidamente convinto della finalità positiva che la mia testimonianza avrebbe potuto avere per dare forza e sostegno a una campagna di sensibilizzazione che ha lo scopo di prevenire le malattie infettive e di tutelare la salute e il benessere fisico.

Per chi non fosse al corrente di quanto mi è accaduto, descriverò, nelle poche righe che seguono, una vicenda personale che mi ha profondamente segnato.

Mi sono sempre sottoposto alla vaccinazione anti-influenzale, sin dalle prime iniziative dell’Azienda offerte a tutti i dipendenti, convinto dell’utilità di questa misura preventiva. Solo nell’autunno 2014, per la prima volta, decisi – come altri – di non sottopormi alla vaccinazione, fondamentalmente per due motivi.

Il primo era personale: ero da poco reduce da una forma prolungata di raffreddamento; inoltre, qualche mese prima, mi era comparsa una piccola eruzione erpetica. Pertanto, non essendo in "condizioni cliniche ottimali", sospettavo che il vaccino avrebbe potuto avere meno efficacia. Il secondo, derivava principalmente da un condizionamento ad opera della campagna mediatica allora in corso, che parlava di una maggiore frequenza di effetti collaterali da vaccino, oltre che di alcune partite vaccinali ritirate dalla distribuzione per problemi legati alla produzione.

A fine gennaio 2015, esattamente dalla mattina del 29 gennaio, iniziai una forte sindrome influenzale con malessere, mal di testa, tosse, febbre alta, dolori muscolari e articolari diffusi.

Nonostante i farmaci – inclusi gli antibiotici – e il riposo a casa, il malessere non accennava a smettere, anzi. I sintomi si accentuarono, in particolare la febbre, che oscillava tra i 39 e i 41°C. Eseguii un esame radiologico al torace, che mostrava segni di polmonite; su consiglio di un collega pneumologo, modificai il tipo di antibiotico che stavo assumendo.

Ma niente, i sintomi persistevano, e le mie condizioni generali andava sempre più aggravandosi. Quando, la serata del 4 febbraio 2015, notai le unghie blu – un segno che noi medici definiamo "cianosi ungueale", che significa che il nostro organismo non riceve abbastanza ossigeno – mi feci immediatamente accompagnare in ospedale per eseguire una visita dallo pneumologo. In seguito, fui sottoposto ad un esame che si chiama "emogasanalisi arteriosa": un particolare prelievo di sangue, seguito dall'analisi della concentrazioni di gas quali ossigeno e anidride carbonica, che serve a capire se il corpo riceve ossigeno a sufficienza, e a cercare di individuare la causa della malattia.

Una volta visti i risultati dell'esame, fui inviato rapidamente in Pronto Soccorso per ricovero urgente in rianimazione: a causa di una polmonite che aveva interessato entrambi i polmoni, non riuscivo più a respirare bene; in termini medici, questa situazione si definisce come "acuta e grave insufficienza respiratoria da polmonite diffusa bilaterale".

Fui sottoposto immediatamente a "ventilazione meccanica non invasiva con casco" – il che significa che respiravo con l'ausilio di una macchina, perché da solo non ne ero in grado – e mi somministrarono degli antibiotici in vena. Infine, si individuò il responsabile del mio stato di malattia: il virus influenzale H1N1. Mi sottoposi ad un trattamento antivirale specifico, pur continuando ad assumere antibiotici.

Nonostante questo, nei giorni successivi, le mie condizioni continuarono a peggiorare gradualmente, compromettendo sempre di più la mia capacità di respirare.

Per una misura di prudenza, data la "complessità clinica" del mio caso, in data 9 febbraio mi trasferirono alla Rianimazione I dell’Ospedale universitario di Parma, l'unico reparto dotato di un particolare apparecchio (l'"Ossigenazione extracorporea a membrana") che viene utilizzato solo per i casi estremamente grave di insufficienza respiratoria; eventualità temuta dai miei colleghi, visto il mio continuo peggioramento.

Qui i miei ricordi si fermano per molte settimane, durante le quali sono stato sedato farmacologicamente, tracheotomizzato e ventilato meccanicamente – i medici avevano inciso la mia trachea con un bisturi, per collegarmi a una macchina che mi permetteva di respirare. Nel corso del ricovero si succedettero episodi di gravi crisi respiratorie acute che hanno seriamente posto a repentaglio la mia vita.

É passato del tempo prima che la situazione tornasse alla normalità, con un leggero miglioramento ai primi di marzo. Le dosi di farmaci sedativi sono state progressivamente ridotte; ho lentamente ripreso conoscenza, e sono stato staccato dalla macchina che mi permetteva di respirare. Nelle fasi di graduale risveglio, ricordo solo sogni vividi e intensi.

Era il 10 marzo quando sono stato trasferito nuovamente alla Rianimazione dell'ospedale di Reggio Emilia. Ero dimagrito di 15 kg, e ho dovuto sottopormi alla riabilitazione perché, dopo essere stato costretto a letto per tutto quel tempo, i miei muscoli si erano atrofizzati. Ho iniziato, così, a ricominciare a camminare, dapprima assistito, poi finalmente in autonomia, con un progressivo recupero delle normali attività.

In data 22 aprile 2015 sono finalmente tornato a casa, dopo ben 78 giorni di ricovero. Ho proseguito una lenta riabilitazione e il recupero fisico in ambulatorio, insieme a numerosi esami clinici e strumentali.

Ho ripreso a lavorare come medico ospedaliero solo il 10 Agosto scorso, a distanza di oltre sei mesi da quella mattina nella quale avevo avvertito i primi sintomi di influenza.

Questa mia storia, che fortunatamente si è conclusa nel migliore dei modi, rappresenta una testimonianza diretta, da parte di un operatore sanitario, sulle conseguenze dell'infezione da virus influenzale H1N1, contratta in ospedale, e che ha portato a "polmonite bilaterale massiva e grave insufficienza respiratoria".

L’esperienza di passare improvvisamente da medico a paziente in condizioni critiche, il percorso della rianimazione, della tracheotomia e della sedazione farmacologica, delle fasi di lento recupero polmonare e fisico, che mi ha costretto a sospendere l'attività professionale per un periodo di tempo così lungo, è stata unica e intensa.

Il ritorno alla vita normale ed alla professione medica con questo recente bagaglio esperienziale, mi ha portato ad essere massimamente propositivo ed attento nella prevenzione e cura della salute.

Auspico che questa mia testimonianza possa servire a tutti voi, in particolar modo al personale sanitario a contatto con i pazienti, per indurre una riflessione seria sull’importante ruolo preventivo della vaccinazione antiinfluenzale per se stessi e per limitare la diffusione del virus.

Rinnovo, ed ora anche pubblicamente, i fervidi ringraziamenti a tutti i colleghi medici, Infermieri ed Oss che si sono prodigati a Reggio e a Parma per le mia salute. Ho trovato umanità, comprensione, disponibilità, professionalità, e mi è rimasto un ricordo unico di tutto quel periodo.

Riccardo Zucco è un medico neurologo che presta servizio presso l'Arciospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. Nel 2015 omette di sottoporsi alla vaccinazione anti-influenzale. Quando si ammala di influenza, le sue condizioni si aggravano, fino a portarlo a uno stato di grave insufficienza respiratoria e a mettere in pericolo la sua vita. Riavutosi completamente dopo 6 mesi, lancia un appello: «Auspico che questa mia testimonianza possa servire per indurre una riflessione seria sull’importante ruolo preventivo della vaccinazione antiinfluenzale; per sé stessi, e per limitare la diffusione del virus».